I salari in Italia restano al di sotto della media OCSE. Secondo, l’ultima edizione del report JP Salary Outlook 2024, il nostro Paese peggiora la sua posizione in classifica e si colloca alle spalle dei principali paesi europei, come Germania, Francia e Spagna per retribuzioni medie.
Salari in Italia: il confronto con gli altri Paesi OCSE
Il report JP Salary Outlook dell’Osservatorio JobPricing è un utile strumento per comprendere l’andamento delle retribuzioni in Italia. Tuttavia, l’ultima edizione ha delineato un quadro poco incoraggiante per il nostro Paese. Il salario medio annuo, a parità di potere d’acquisto, si attesta a 48.874 dollari, posizionando l’Italia al 22° posto (lo scorso anno era al 21°) rispetto ai 34 Paesi OCSE oggetto dell’indagine. Un risultato che si traduce in una retribuzione inferiore del 16% rispetto alla media OCSE, fissata a 58.232 dollari.
In questa graduatoria, il Lussemburgo occupa la prima posizione, con 89.767 dollari (circa 41.000 dollari in più rispetto all’Italia). Seguono l’Islanda e la Svizzera, con una retribuzione media annua pari a 87.421 dollari e 83.332 dollari. Fanalino di coda il Messico, con appena 20.474 dollari, preceduto da Grecia e Ungheria. All’interno dell’Eurozona, l’Italia si attesta al 10° posto tra i 17 Paesi analizzati, dietro a Germania, Francia (in 12° e 13° posizione) e Spagna (in 19° posizione).

Il peso del cuneo fiscale sulle retribuzioni
Un elemento cruciale nell’analisi dei salari in Italia è rappresentato dal cuneo fiscale, che incide fortemente sul potere d’acquisto dei lavoratori. Secondo il report, l’Italia presenta uno dei cunei fiscali più elevati in Europa, con un’incidenza complessiva pari al 45,1% sul costo del lavoro. Nelle prime posizioni della classifica si collocano, insieme al nostro Paese, Belgio (52,7%), Germania (47,9%), Austria (47,2%) e Francia (46,8%).
Ma è proprio nella composizione del cuneo fiscale che emergono differenze sostanziali: in Italia il 24% del costo del lavoro è a carico delle imprese, mentre il 6,6% è sostenuto dai lavoratori. Altri Paesi adottano logiche diverse. La Danimarca, ad esempio, impone un’alta tassazione sul reddito (35,8%) ma non prevede contributi previdenziali, né per le aziende né per i lavoratori. In Francia, invece, il peso maggiore grava sulle spalle delle imprese (26,6%), mentre in Lituania sono i lavoratori a sostenere il contributo più elevato (19,2%).